Cuore Ribelle

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Cuore Ribelle era una farfalla diversa da tutte le altre.

Le era stato predetto dalla Maga dei Venti un destino del tutto singolare: sarebbe vissuta a lungo, al contrario di tutte le altre sue simili che, in un giorno appena, consumavano la loro sete di vita.

Lei no.

Lei era predestinata ad un “Sentire” lontano, che l’avrebbe portata ad esplorare territori stranieri e ad intrattenersi con anime solitarie, in cerca anch’esse di attimi di incanto.

Cuore Ribelle era sfarfallata in un giorno di primavera, la sua metamorfosi era stata alquanto strana: nel momento stesso in cui la linfa vitale aveva cominciato a scorrere nelle sue ali, aveva capito di essere capitata in un posto sbagliato, nel momento sbagliato, e che avrebbe dovuto essere forte per proteggersi, e per essere libera.

Si era ritrovata infatti sotto terra, la sua crisalide era misteriosamente finita in tutt’altro luogo rispetto a quelli destinati solitamente a tali creature: non una foglia rigogliosa sospesa nell’aria, né un ramo argentato proteso verso il cielo.

Lei era capitata in una sorta di bolla, nascosta agli occhi di tutti, sotto un cielo scuro e pesante di passi.

Ma nello stesso tempo, il Fato  aveva adoperato il suo personale miracolo, dandole modo di respirare, di resistere e di urlare il suo anelito alla Vita.

Così, nel momento in cui le sue ali furono gonfie e potenti, e i suoi occhi ebbero modo di prendere confidenza con il buio tutto intorno, decise, in un solo attimo, che la sua esistenza si sarebbe compiuta alla Luce, e che Luce sarebbe stata.

Fu un instante, un’esplosione di stelle e di lampi: Cuore Ribelle si ritrovò a spingere, e a dimenarsi e a vibrare… e, come in una specie di incantesimo liberatorio, si ritrovò in superficie, di fronte allo spettacolo del Cielo, del Sole e dei colori della Terra.

La Maga dei Venti la stava attendendo, per rivelarle il suo personale destino: “Ti chiami Cuore Ribelle, perché ribelle è la tua natura, e perché è il Cuore che ti guiderà tutte le volte che vorrai tornare a Te. Per ritrovarti dovrai vivere la tua Vita, una volta e poi ancora, e poi un’altra volta e altre ancora…fino a quando il vento ti riporterà là da dove sei partita, per ricongiungerti misteriosamente alla parte più antica di Te”.

Queste parole a Cuore Ribelle suonarono un po’ strane: lei voleva semplicemente “volare” e posarsi di fiore in fiore come tutte le altre, per assaporare nettare e sentire i tiepidi raggi di sole adagiarsi sulle sue ali leggere.

Ma questo non era scritto di fatto fra le pagine della sua storia…

Ciò che era in serbo per lei nessuno lo conosceva davvero, lo avrebbe scoperto solo danzando, leggera, al ritmo del suo Cuore.

Cominciò così a svolazzare, come tutte le farfalle fanno, succhiando dolce zucchero da iridescenti corolle.

Si sentiva libera, si sentiva vitale, e piena di energia.

Ma…

Si rendeva conto che qualcosa di strano accadeva.

Si posava, insieme a farfalle dalle ali sgargianti di mille colori, con disegni e motivi variopinti che tanto la attraevano e la richiamavano ad un comune manifestarsi: sembrava Gioia, sembrava Vita, sembrava Amore.

Ma poi sparivano, sparivano tutti, sparivano sempre: volavano con lei per poco, condividevano pezzi di cielo incorniciati di tempo, e poi, in un attimo fuggevole, si dissolvevano nell’aria, lasciando deserti di nostalgia.

Cuore Ribelle si adagiava allora su un fiore, a far riposare  le ali e ascoltare il suono lontano della montagna, facendosi cullare dal dondolio del fogliame.

Il giorno dopo ripartiva per un nuovo viaggio, altri cieli, altri fiori altro nettare, altra speranza di succhiare alla Vita la Vita.

Il tempo passava, leggero e costante, le giornate si si susseguivano, pigre e rassicuranti, e i fiori mutavano la loro natura, offrendo di volta in volta dolci stazioni in cui consumare fermate distratte.

Non capiva più il senso, non capiva più lo scopo, né se ce ne fosse davvero uno di tanto vagare per il mondo, di tutte queste Vite che si rinnovavano ad ogni alba senza rivelare davvero la Verità.

Un giorno Cuore Ribelle stava volando vicino ad uno stagno, decise così di riposarsi su una foglia che si spingeva oltre la riva.

Si posò proprio alla sua estremità e si specchiò sulla superficie dell’acqua: non aveva mai visto la sua immagine riflessa e … lo stupore fu totale quando si rese conto che le sue ali erano completamente trasparenti: nessun colore, nessun disegno, nessuna intuizione di un motivo dipinto apposta per lei.

Che cosa significava tutto ciò, perché mai nessuno le aveva rivelato una tale natura?
Una lacrima le scese dagli occhi e come una goccia di Vita fece sobbalzare lo stagno, creando cerchi concentrici che sembravano ripetere le innumerevoli vite che aveva vissuto, senza mai capire chi fosse veramente.

Dentro ogni cerchio una farfalla sempre uguale, trasparente e diafana: sbatteva le ali per volare, ma, semplicemente, passava da un cerchio all’altro, in cerca di sé stessa.

“Non piangere, Cuore Ribelle”.

Sulla foglia accanto si era posata un’altra farfalla, anch’essa provvista di fantastiche ali, grandissime, e trasparenti.

“Siamo fatte così, siamo Anime libere. Viviamo di vento, e ci nutriamo di rugiada. Sogniamo orizzonti e ci vestiamo di cielo. Parliamo d’amore e raccontiamo di favole. Siamo trasparenti, per farci attraversare dalla luce e raccogliere i colori dell’arcobaleno. Quando Amore ci incontra ci offriamo così, senza pudore, e lo lasciamo entrare per renderlo Libero: di restare, andare ed Essere.

Siamo così, perché il Cuore si veda, davvero, nel suo Rosso splendore, nel suo Rosso candore”.

Cuore Ribelle smise di piangere, alzò lo sguardo e per la prima volta si vide, occhi negli occhi, e si riconobbe.

Capì allora che il suo vagare non era stato vano. La sua fame di Essenza l’aveva portata in giro con passione, dolcezza e meraviglia.

Aveva accolto dentro di sé ogni giorno e ogni incontro come se fosse l’ultimo, concedendo se stessa alla Vita affinché la colorasse dei suoi migliori acquerelli.

Era giunto il momento di concedere la Vita a se stessa, e di farsi attraversare dalla Luce che tanto aveva cercato.

Così spiegò le ali, luminose e argentate, e partì di nuovo, leggera, morbida, e golosa di sé.

Non più sola.

Un amore di altri tempi

MATRIMONIO NONNI

I loro nomi erano Costanza e Battista ma tutti li chiamavano Tina e Tino.
Erano cugini di primo grado e per sposarsi dovettero ricevere la dispensa dal Papa in persona.

Lei era Romana, lui viveva sul Lago, lontano.

Costanza aveva 16 anni, capelli castani lunghissimi, che scendevano morbidi lungo la schiena, oltre le natiche e ancora più giù…

Li portava raccolti in una crocchia che leNONNA TINA conferiva un aspetto austero e riservato.
Gli occhi color delle nocciole, il naso leggermente curvo donava al viso un’eleganza antica…

Sembrava triste.
Era una donna misteriosa, pervasa da un’aurea malinconica…
Eppure.
Era dolce, di una dolcezza misurata, mescolata ad una passione che solo a lui fu dato
conoscere…

 

nonno tino 2

 

Lui era un Uomo.
Uno di quegli uomini completi, di tutto.
C’era l’ardore, c’era la dolcezza, c’era la pazzia, la determinazione, la responsabilità…

C’era la tenerezza mescolata con la virilità.

E c’era la voglia di vivere, di fare e di essere.
Si scrivevano lettere d’amore, e cartoline in bianco e nero che firmavano sempre con un “Tua per sempre” piuttosto che     “Il mio amore ti accompagna ovunque”.
O in francese, per mascherare i loro segreti.

Cose di altri tempi.
Appunto.

Così vissero una Vita piena, piena di tutto quello di cui si può riempire una Vita.
Una Vita di altri tempi.

Piena di fatica.
E di lavoro.  Alla bottega di alimentari e all’ “Osteria Risorgimento”.
E di sacrifici, durante una Guerra lontana, che si avvicinava tanto quanto bastava per averne paura.

E di corse in moto.
Perché le passioni non vennero mai soffocate dall’amore…
Come quella volta in cui lui fu portato al negozio dopo un incidente, il volto coperto di sangue mascherato al punto che lei non lo riconobbe e scossa e intenerita esclamò “Oh povero ragazzo, cosa gli è successo?”

Per poi capire che era proprio lui, suo marito, al ritorno da una delle sue scorribande questa volta finita male…

Due figlie così diverse, una cascata impetuosa e roboante, l’altra timido ruscello al riparo della montagna.

Entrambe agli studi, perché così voleva lui: che avessero un vero futuro, nel futuro a venire.

Sacrifici e amore, sudore e speranza.

Nel mentre loro due, sempre uniti, sempre insieme.
E intanto la Vita correva e scorreva, sulle strade di sempre e sui sentieri del tempo,
passando per le stagioni della semina, del raccolto, e della conserva.
E regalando quei frutti dolci e maturi che solo seduti all’ombra di una Storia intrisa di Vita puoi gustare.
Due nipotine cui fare da Nonni.
E che nonni!

Nonno Tino era un “ballista”,  raccontava le “balle” lui, che tanto facevano ridere la piccola Bruna…
Nonna Tina era dolce e discreta, giocava al negozio e nessuna era più brava di lei…
Nonno pescava alborelle, raccontava barzellette e assaggiava olio di oliva sul palmo della mano, come faceva alla bottega
Nonna cucinava il pollo nella padella grande e faceva assaggiare alla nipote il boccone
prelibato, prima del pranzo.
Le spazzolava i capelli e cantava vecchie canzoni.
La mattina la bambina entrava nel loro letto, le sembrava alto e immenso: dentro
trovava profumo di cuore, due corpi ancora freschi di baci e sguardi complici.
Si amavano di un amore lontano, delicato e presente, fiorito a dispetto del tempo.
Quando la ricoverarono fu tutto in caduta libera, un errore dopo l’altro, un destino sbagliato, nel posto sbagliato …
Dopo l’operazione e il dolore provato Lei lo guardò con il suo sguardo gigante, magnanimo e gli disse “Ora mi sento una regina”.
Lui la vide andarsene così, come uno scherzo.. un’altra delle sue balle, solo che stavolta era per davvero…

Non erano più insieme su questa Terra, ma era come se lo fossero.

Lui non si dette mai pace.
Un ricordo vivido, come se fosse ieri, in un gesto ripetuto tutte le volte che passava davanti alla sua foto… lo sguardo velato di lacrime, quel volto fra le sue mani e poi baci, baci e ancora baci, per il Suo Amore scomparso, per il suo Amore passato, per il Suo Amore presente: Amore mio per sempre, che morte non ci potè separare.

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Storia di amicizia, stelle e desideri

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Fiammetta

Mi chiamo Fiammetta, ho 13 anni e adoro le stelle.

Me lo ha insegnato mamma a guardare il cielo e ora le costellazioni sono le mie migliori amiche.

Mamma è un’astronoma: io sono cresciuta in questo modo, di notte, in compagnia di un telescopio e cullata dal silenzio della montagna.

Io non sono triste, anche se la gente spesso preferisce vedermi così: dicono che sono strana.

Le persone sono abituate alla luce, e se non possono vedere cosa hanno intorno si spaventano, soprattutto quando non lo capiscono.

Io non ho mai avuto paura del buio: il buio accende il mio sguardo verso la volta celeste e io so che da lassù lui mi guarda, e che prima o poi saremo ancora insieme.

Debolezza

Se ne stava seduto sulla sua sedia di paglia, davanti alla porta di  casa.

Tutti lo chiamavano “Debolezza”, perché era stato colpito da un fulmine in Grecia, durante la Guerra: da allora zoppicava e non era stato più in grado di prestare servizio…

Un uomo della sua stazza, e del suo onore ridotto così.

Le malelingue fanno in fretta a declassarti da eroe a ‘meschineddu’, ovvero misero, poveretto, disgraziato.

Un povero invalido ormai, che aveva passato la vita a impagliare sedie, costretto a camminare con una stampella e con strane abitudini…

Per questo non amava andare in giro per il Paese: preferiva passare il suo tempo in maniera discreta, lontano dagli occhi della gente e soprattutto al riparo da qualunque conversazione.

Nessuno del resto amava parlare con Debolezza: nessuno voleva mischiarsi con la sfortuna.

La sera però le stelle non gliele levava nessuno: si sistemava tranquillo sulla sedia di paglia, il naso all’insù, verso il Cielo.

Aspettava Debolezza, un segno qualunque, che prima o poi sarebbe arrivato, lui lo sapeva: se sei nato sognatore non smetti mai di sognare, a nessuna età.

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Anna

Anna si guarda allo specchio,  sta cercando qualcosa dentro i suoi occhi, qualcosa che non vede più da molto tempo: la gioia.

Si ritiene fortunata, perché ha vissuto l’Amore, e soprattutto ha condiviso la sua passione con l’unica persona che avrebbe potuto capire cosa significano per lei le stelle.

Fiammetta è la sua stella preferita, ma per quanto l’amore di madre le riempia il cuore di tenerezza, non può fare a meno di scrutare il cielo, di ammirarlo, di comprendere il suo immenso fascino e nello stesso tempo rispettare il sui infinito mistero…

Gira il mondo Anna, come ha sempre fatto e  come facevano insieme: glielo deve, è l’unico modo che conosce per sentirlo ancora vicino e presente, e per fare onore alla loro scoperta…

Un giorno Fiammetta capirà: non si può restare, se questo significa morire dentro.

“Non smettere ma di desiderare, e di desiderarti: la Stella sei tu”.

Questo le diceva lui…

Ora queste parole le ripete a Fiammetta.

donna che guarda il cielo

Fiammetta

Partiremo di nuovo, un viaggio da sud a nord, da est a ovest su una nave speciale: l’ho soprannominata “la nave delle stelle”.

Per un mese vivremo in mezzo al mare, sfiorando appena la costa: scienziati di tutto il mondo osserveranno il cielo in attesa del grande evento.

Mamma è emozionata, e spaventata: io conosco quell’inquietudine,  il suo sguardo è come un libro aperto dinnanzi ai miei occhi.

Vorrei toccarle il cuore e dirle che andrà tutto bene, ma non è facile consolare gli adulti: il dolore li rende impermeabili, si dimenticano che la felicità è possibile e ha mille strade per inondare la nostra anima, se solo glielo permettiamo…

Mentre mamma organizza tutti i preparativi, trascorro un mese al paese con nonna “Mesulina”: la chiamano così perché da bambina teneva sempre in braccio un piccolo agnellino.

Nonna Mesulina profuma di latte e di mandorla, anche se è vestita di nero è colorata dentro, io la vedo.

Quando mi sveglio mi infilo nel suo letto, e lei mi gratta la schiena.

Stiamo insieme tutto il giorno, la mattina prepariamo dolci, e tessiamo tappeti di lana, con il telaio.

Di pomeriggio fa troppo caldo per uscire, ma verso sera andiamo a trovare le comari e loro mi fanno mille domande: papà se ne è andato da ragazzo, per studiare, ed era una celebrità in paese.

Non mi piace la loro curiosità: non si interessano davvero a ciò che provo, così rimango vaga e mi immergo negli occhi scuri della nonna, che, anche se ha tutta la pelle grinzosa, sembrano due nocciole appena colte dalla pianta.

Lei mi sorride e capisce al volo: chi guarda col cuore sa vedere oltre.

La sera sono in libera uscita: nonna pensa che io vada in piazza, con le ragazzine del paese, sa che  lì non ci sono pericoli.

Io però non ho nessuna voglia di parlare di ragazzi, di vestiti, canzoni e robe del genere.

Io ho bisogno del cielo, e delle stelle.

Così mi incammino verso il promontorio, con il mio zaino, la torcia e il piccolo telescopio…

Mi siedo, guardo e resto in silenzio.

Papà è lassù e mi dice di stare serena, perché lui veglia su di me.

Debolezza

Aveva deciso che era stufo dei compaesani pettegoli: passavano, salutavano con quel fare ironico: “Coment’istasa Debolezza? E sa istedda?” (come stai Debolezza, e le stelle?)

Lo deridevano…

E così aveva pensato di trasferirsi sul promontorio ad osservare le stelle: lì sarebbe stato da solo, tranquillo, senza nessuno a disturbare la sua contemplazione.

Aveva trasportato a fatica la sua sedia di paglia, trascinandola fino in cima.

E l’aveva posizionata proprio sul ciglio del burrone,  quasi in segno di sfida, pensando che chi non rischia non può sperare di ottenere grandi risultati.

Sotto di lui il vuoto, e sopra l’infinito nero del cielo puntinato di luci.

L’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, la Via Lattea, Venere, la Stella Polare…

E ogni tanto una stella cadente…

Una volta ne aveva addirittura viste cinque, una dopo l’altra: il desiderio era sempre lo stesso, ma ancora non si era realizzato.

Debolezza non si arrendeva: sapeva, in cuor suo, che prima o poi sarebbe riuscito a coronare quel sogno, fosse stata anche l’ultima cosa a fare prima di morire.

Guardava le sue vecchie mani rugose e pensava che quelle dita si erano mosse per una vita intera fra fili di paglia, agili e scaltre, regalando alla gente un comodo posto su cui poggiare i loro corpi affaticati.

Nessuno poteva sapere che un tempo quelle stesse mani avevano dato carezze e racchiuso tra le loro una promessa che non avevano potuto mantenere.

Lui doveva tornare, ma non lo aveva fatto.

Non era arrabbiato con la vita, la vita fa quello che può, con quello che ha.

Ma il suo cuore non aveva smesso di sperare, e di avere fiducia.

Le stelle gli erano testimoni, prima o poi lo avrebbero ascoltato.

CIELO CON STELLA CADENTE

Anna

E’ andata a parlargli, là, al loro posto.

Là dove lui ha voluto che fossero sparse le sue ceneri:  in mare, nel luogo in cui si dettero il primo bacio.

Se lo ricorda ancora, come se fosse ieri: due studenti squattrinati innamorati dell’astronomia…

Entrambi sfuggiti ad un destino diverso, lontano dal loro sentire.

Le passioni emergono con forza e coraggio, laddove gli altri ci vogliono perdenti.

E così, insieme avevano iniziato a studiare, e, costellazione dopo costellazione, avevano fatto la scoperta più incredibile: un sentimento arcano, un mistero svelato solo a loro, unico e irripetibile, che risplendeva ogni volta che i loro corpi si univano, illuminandosi l’un l’altro.

Gli parla d’amore, e di dolore, perché senza di lui fatica a trovare “il senso”.
Sa che Fiammetta ha bisogno di lei, ma non riesce a tornare alla luce; quel chiarore che tanto ricerca negli astri, non riempie il vuoto che lui ha lasciato.

E così lo implora, lo supplica di darle un segno… da sola non ce la fa, si perde in un buco nero senza ritorno.

Partirà fra qualche giorno, e questa volta sarà tutto diverso: la loro scoperta è stata riconosciuta a  livello internazionale, e Fiammetta sarà con lei a ricevere il premio.

Navigheranno per settimane, sotto un tetto di stelle, e sa che lui la guarderà da lassù e l’aiuterà a ritrovarsi.

Lo sente, questa volta sarà diverso.

Fiammetta

Mi incammino verso il mio posto segreto: lo so che sto mentendo a nonna, e a mamma anche, ma non posso fare diversamente.

Devo parlare con le mie amiche e soprattutto con papà: lui mi aspetta, come ogni sera, è il nostro appuntamento, il nostro segreto.

Mi avvicino alla sommità ma mi accorgo subito che c’è qualcosa di diverso: c’è una persona lassù, proprio dove mi siedo ogni sera.

Sembra un uomo… un vecchio: cosa mai starà facendo?

Mi avvicino timidamente… ma…è davvero lui? Debolezza?

In paese dicono che sia un vecchio pazzo, un povero zoppo che sa parlare solo di stelle.

Ecco gli sono accanto, io non ho paura, io non temo chi si inchina di fronte al cielo: “Ciao, posso sedermi vicino a te?”

“Certamente”  risponde lui. “Sto ammirando questa stellata spettacolare. Come ti chiami?”

“Fiammetta” rispondo con voce lieve.

“Ti conosco, sei la nipote di Mesulina. Ho sentito tanto parlare di te, e dei tuoi genitori”

“Davvero?” dico io… sono un po’ imbarazzata, non me l’aspettavo di condividere la mia postazione, tanto più con Debolezza…

Però a guardarlo bene non mi sembra così pazzo… e neanche così strano come lo vogliono dipingere tutti quanti:  a me sembra immensamente dolce.

“Perché vieni qui?” gli domando,

“Vedi Fiammetta, io non ho amici, ma le stelle sì, loro sono mie amiche. Ci parliamo da sempre, loro mi fanno compagnia e conoscono i miei desideri…

Le stelle non hanno pregiudizi, posano il loro sguardo su chiunque, alla stessa maniera…

Le stelle guardano dritto al cuore e non ti chiedono ragioni : solo il coraggio di desiderare

Mi colpiscono molto queste parole… non so cosa dire e così gli chiedo: Qual è il tuo vero nome?”

“Me lo sono dimenticato, quando la gente ti dà un’etichetta rischi di identificarti con quella… ma non mi sono dimenticato chi sono e cosa desidero”.

Rimango in silenzio e poi raccolgo tutto il mio coraggio:  “E cosa desideri?”

Debolezza sospira, una lacrima riga la sua guancia e poi inizia a parlare:

“Sono stato giovane anche io sai? E innamorato.

Si chiamava Zoe.

Aveva 17 anni e i capelli color del miele.

Volevamo sposarci, non appena  lei avesse compiuto la maggiore età; io mi sarei congedato e poi sarei tornato da lei.

Avevamo deciso di aprire una piccola taverna, e vivere tranquilli con il nostro amore, accanto al mare.

Ma poi arrivò il fulmine, e con lui la mia disgrazia.

MI rimpatriarono, non potei più prestare servizio nell’Arma.

Non camminai per mesi, e alla fine il mio corpo rimase come lo vedi oggi: quello di un povero zoppo.

Non ebbi il coraggio di tornare da lei, capisci? Lei era bella, era giovane… Cosa potevo mai offrirle?

Più il tempo passava più la paura cresceva, e con essa la distanza.

Non potevo permettere che si legasse ad uno storpio e poi come avrebbe potuto volermi ancora?

Ma ora questa certezza è sparita.

Forse ho sbagliato, forse doveva essere lei a scegliere: forse sono stato un codardo.

Ora chiedo alle stelle di darmi tutto il coraggio che non ho avuto allora.

Forse Zoe non c’è più, e se c’è avrà fatto la sua vita…Io questo non l’ho mai voluto sapere…

Ma desidero tornare più che mai, fosse anche solo per portare una rosa sulla sua tomba.

Ricordati Fiammetta: i rimpianti sono i peggiori nemici  della vita…fa’ in modo che tu non debba mai averne”.

Mi sento tristissima, questa storia mi ha commosso e lasciato un velo di malinconia sul cuore, come quando un vetro si appanna e non riesci più a vedere cosa c’è fuori.

Debolezza interrompe i miei pensieri: “E tu Fiammetta, cosa chiedi alle stelle?”

Nessuno me lo ha mai domandato fino ad oggi, neppure mamma.

Mi fermo e sono io a svelare il mio segreto a mia volta: “Io cerco mio padre, un giorno saremo di nuovo insieme. Chiedo alle stelle di non tradirmi”.

Rimaniamo così, in silenzio, sotto a questo cappello nero striato di luce.

E’ bello, è avvolgente.

Abbiamo una dolore in comune io e questo vecchio, e una speranza.

Non so come mai, ma accanto a Debolezza mi sento a casa.

Debolezza

Quella ragazzina lo aveva colpito dritto al cuore.

Non gli era mai successo di lasciarsi andare a quel modo, o meglio: c’era stato un tempo molto lontano in cui si era concesso di soffermarsi ad ammirare il tramonto sul mare, ad annusare le rose profumate di un giardino, o ad ascoltare il vento che soffiava fra le fronde, libero e leggero.

Aveva accarezzato capelli color del miele, e baciato labbra carnose come ciliegie.

Sì, c’era stato un tempo in cui anche a lui era stato concesso di amare e di essere amato a sua volta.

Ma poi tutto era cambiato.

In un attimo.

Non aveva raccontato mai a nessuno la sua storia… ma quella sera le parole erano uscite da sole dalla sua bocca: da troppo tempo il suo dolore strillava nel petto, e quella ragazzina, dolce e malinconica, era riuscita a farlo uscire, più ardente che mai.

Fiammetta, come a voler onorare quel suo nome così inusuale e vitale, aveva riacceso in lui una scintilla e aveva illuminato i suoi occhi, dipingendo lo sguardo stanco di mille nuovi colori.

Aveva fatto rinascere in lui l’antico desiderio di partire: è vero, lo chiedeva ogni sera alle sue amiche del cielo, ma ora gli sembrava davvero possibile…

Vicino a Fiammetta non di sentiva più un vecchio zoppo, misero e incapace.

Per la prima volta, dopo molti anni, si sentiva di nuovo coraggioso e pronto a cambiare il suo destino.

Si sentiva utile, e importante.

Ogni sera, al tramonto, si incontravano sul promontorio.

Lui aveva intrecciato una piccola sedia, con fili di paglia di tutti i colori.

Si sedevano vicini, in silenzio, ammiravano il cielo, sospirando e scrutando la Via Lattea, infinita.

E tanto bastava.

Gli amici, talvolta, non hanno bisogno di parlare, semplicemente respirano la stessa aria, si nutrono delle medesime emozioni.

fiammetta e debolezza

 Anna

Si guarda di nuovo allo specchio, lo fa spesso ultimamente.

Vede una donna viva e bruciante, sepolta sotto un dolore che sente come un’armatura troppo pesante da portare.

Ha sempre desiderato volare, e ora si sente come una farfalla intrappolata dentro un bicchiere di vetro: fuori c’è il mondo, fuori ci sono suoni, luci e colori.

Ma è in trappola: prigioniera di una mancanza che non riesce a colmare.

Vorrebbe risorgere, lasciare andare il passato, e aprirsi di nuovo alla vita.

Il suo cuore reclama dolcezza, il suo corpo passione, la sua anima intensità.

Ma ancora non è venuto il tempo.

Domani andrà a prendere Fiammetta.

Partiranno, insieme ritireranno il premio per la scoperta che lei e suo padre hanno fatto: un sistema binario di pulsar che nel punto di massimo avvicinamento vengono a trovarsi così prossime che potrebbero stare all’interno del nostro Sole.

Josar e Ana i loro nomi: tra 70 milioni di anni le due stelle di neutroni si fonderanno, producendo un’immensa emissione di onde gravitazionali.

Così, anche loro, rimarranno lontani fisicamente, ma sempre vicini in un angolo della sua memoria, fino a quando verrà il momento, per le loro anime, di ricongiungersi.

Un tempo inimmaginabile, ma così è la Vita che cerchiamo a tutti i costi di confinare dentro effimere scatole di tempo, troppo strette per contenerla: infinita e misteriosa.

Tutto nasce, invecchia e si trasforma, e niente si distrugge.

E questo Anna lo ha capito sulla sua pelle.

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Fiammetta

Debolezza è il primo vero amico che ho.

Non importa se è vecchio, e se gli altri lo trovano strano.

Io con lui respiro.

E mi sento in pace.

Ha costruito una sedia di paglia, di mille colori: ci sediamo vicini e scrutiamo il cielo.

Io vedo i suoi occhi sorridere, e non hanno età, sono come i miei.

Gli ho parlato del viaggio che faremo con mamma, e della scoperta e del premio…

Dopo la sera del suo racconto, ho elaborato un piano: voglio portarlo con me, sulla nave.

Voglio aiutarlo a realizzare il suo desiderio.

Stasera è l’ultima sera che passerò al paese, domani parto.

Così decido di portargli un regalo:  ho preparato un amuleto, è una corda di cuoio, l’ho intrecciata e l’ho legata al suo polso.

Voglio che si ricordi che io e lui siamo legati per sempre dalla nostra amicizia.

Si commuove ma io gli dico di non piangere, perché presto saremo di nuovo insieme, in viaggio sotto la volta celeste.

“Devi solo preparare una valigia, al resto ci penserò io”.

Debolezza

Non riusciva a credere ai suoi occhi, quella ragazzina aveva organizzato tutto: un’auto sarebbe venuta a prenderlo e lo avrebbe portato in aeroporto.

Un viaggio fino a Genova, una notte prenotata in albergo e la mattina dopo si sarebbero trovati alle 7 in punto al molo 23, da lì sarebbe salpata Cassiopea, la nave astronomica.

Si sentiva uno sciocco e nello stesso tempo pervaso da un’antica euforia che gli ricordava un se stesso lontano, e vivo al contempo.

Cosa avrebbe detto la mamma di Fiammetta?

Come avrebbe reagito?

Era una pazzia, ma era disposto a correre il rischio.

Chi non sogna è perduto, e ora, dopo tanto tempo, il suo sogno si stava per realizzare.

Non vi avrebbe rinunciato per nulla al mondo.

Anna

Si sente addosso uno strano presentimento, conosce sua figlia e sa che sta tramando qualcosa.

Prima che parta Mesulina l’abbraccia e le dice: “Ricordati, è da una crepa che può penetrare la luce, è tempo che tu glielo permetta”

L’ha stretta forte e ha aggiunto: “Fiammetta è la tua luce, fidati del suo bagliore”.

Fiammetta  le ha fatto una strana richiesta: vorrebbe che il vecchio Debolezza venisse con loro sulla nave, una specie di “passaggio in mare” per raggiungere infine la Grecia.

Rodi sarà la loro ultima tappa prima del rientro e lui si fermerà lì.

E’ stupita e perplessa, si chiede dove e come siano diventati così intimi.

Mesulina le ha raccontato che per tutta la vacanza Fiammetta e quel vecchio si sono incontrati la sera, sul promontorio: scrutavano il cielo insieme.

Fiammetta non lo sa, ma lei l’ha seguita ogni giorno.

Li ha osservati da lontano e ha compreso la grande amicizia nata fra i due.

Conosce la storia di quell’uomo, che in qualche modo le ricorda la sua… e sa che c’è un tempo per ogni cosa, un tempo per resistere e un tempo per abbandonarsi,  e un tempo di unione fra il passato e il futuro chiamato “possibilità”.

Anna ascolta e scuote la testa… le dispiace, ma le pare una follia, inopportuna anche.

La sera comunica la sua decisione alla figlia “Mi dispiace Fiammetta, devi dirgli che è impossibile farlo venire con noi, questione di sicurezza.. di buon senso, e di fiducia: in fondo chi è Debolezza?”.

Non sa ancora che il destino ha deciso diversamente per loro e che nulla accade per caso…

Fiammetta

Nonna Mesulina mi ha abbraccia fortissimo, quasi a soffocarmi…

Mi sussurra parole dolci e aggiunge: “Bada a Debolezza, è vecchio, potrebbe non reggere  un’emozione così forte…Stai tranquilla, tua madre capirà”.

Io le sorrido imbarazzata, non so cosa dire…lei conosce il mio segreto, ma non ha mai detto nulla.

Quanta saggezza può contenere il silenzio di una vecchia donna?

Grazie nonna, tu mi hai sempre parlato con il cuore.

La partenza

La nave degli astronomi salperà da Genova: scienziati provenienti da tutto il mondo vivranno condivideranno il loro sapere e la loro passione in un viaggio straordinario.

Toccheranno le coste dell’Africa quindi attraverseranno lo Stretto di Gibilterra per navigare alla volta del Mare del Nord fino al Mar di Norvegia.

Ammireranno lo spettacolo dell’Aurora Boreale e poi ripartiranno passando per l’Oceano Atlantico rientrando nel Mediterraneo fino a raggiungere il Mare di Sicilia e il Mar Egeo.

Si fermeranno a Rodi, per la premiazione tanto attesa che avverrà nel giorno dell’eclissi totale, infine ritorneranno in Italia con approdo a Venezia, dopo un mese esatto.

E’ il 10 Agosto, San Lorenzo, tutti attendono la notte delle stelle cadenti.

E dei desideri.

Aspettano di realizzarne almeno uno…

Qualcosa che possa cambiare la vita per sempre.

Ma davvero una stella cadente può cambiare il nostro destino?

Non siamo piuttosto noi a muoverci e ad evolverci e far sì che le stelle ci siano semplicemente testimoni?

Testimoni inconsapevoli di un immenso sentire, di un moto del cuore che si compie e che reclama il potere delle stelle per assecondare il suo divenire.

H. 7.00 – Molo 23 – Cassiopea “la nave delle stelle”

Una bambina, un vecchio, una donna si ritrovano sulla banchina.

In mezzo a mille sguardi i tre incrociano i loro.

Occhi di speranza, occhi di fiducia, occhi di carità.

La magia si compie…

Una bambina ha sperato che il cuore fosse più grande del dolore.

Un vecchio si è fidato, e ha lasciato volare via le sue paure.

Una donna ha guardato oltre uno specchio e ha visto: avere caro significa anche accogliere fiducia e speranza, senza riserve.

Quando c’è luce, la luce entra, malgrado noi.

 Fiammetta, Debolezza, Anna.

La nave è salpata.

A poppa la scia, il passato e il dolore.

A prua tre sedie di paglia, e il futuro.

Tre anime solitarie unite da un dolore che evapora e si dissolve, piano piano, lasciando spazio alla meraviglia.

E alla Gioia.

Di fronte il mare misterioso e sconfinato.

Occhi all’insù, una stella cadente per ciascuna di loro.

La volta celeste fa da coperta ad un nuovo abbraccio.

 lxisolachenoncxe

Epilogo

 Grecia, Rodi

Il paese si inerpica sulla collina.

Non è cambiato molto da allora, sembra quasi che il tempo si sia fermato.

Il viale alberato conduce alla piazzetta della chiesa: da lì si domina tutta la vallata.

Il locale è una tipica taverna Greca: persiane smaltate di azzurro, tavolini colorati e sedie di paglia.

All’interno un’atmosfera familiare, un profumo delizioso, una musica allegra.

Al tavolo due vecchi, ma potrebbero essere due giovani innamorati: si abbracciano ora come se fosse allora.

Sull’insegna la scritta recita “Da Zoe e Antonio”

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Un Amore Impossibile

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Il Sig. Lunedì aveva un Grande Amore, un amore di quelli che ti prendono il Cuore, lo Stomaco e la Vita.

ll Sig. Lunedì era innamorato della creatura più irraggiungibile al mondo.

L’essere più etereo, e dolce, e inafferrabile, e indescrivibile, e così fulgido da illuminare un’intera settimana.

Il Sig. Lunedì era innamorato di Domenica.

Della Domenica.

E, come potete immaginare, si trattava di un amore impossibile.

Si incontravano di sfuggita, allo scoccare della mezzanotte, ma, secondo un destino beffardo, il loro appuntamento si consumava in un tocco fugace, intenso, ma assai sofferto.

Avete presente il film “Lady Hook?” Quello dell’incantesimo, dove lui, Rutger Hauer, è condannato a trasformarsi in lupo di notte, mentre lei, Michelle Pfeiffer, in un falco di giorno, e si sfiorano soltanto per pochi istanti, al calare e al sorgere del sole…

Istanti che trafiggono l’anima, dove lacrime ed estasi, inesorabilmente, imprimono ferite profonde che diventano cicatrici vitali e palpitanti per tutti i giorni a venire…

Ecco, per il Sig. Lunedì era lo stesso.

Nel momento in cui Domenica finiva di risplendere e gioire con tutta la sua energia e vitalità, lui cominciava a prendere forma e a camminare senza indugio Verso una settimana tetra e senza alcuna pietà.

Il gioco si ripeteva…

Settimana dopo settimana, il copione era sempre lo stesso.

Spietato.

Inesorabile.

Senza possibilità di scampo.

Anche Sabato si era invaghito di Domenica.

IL suo non era proprio “amore”, piuttosto un’infatuazione, meglio ancora: un capriccio del cuore, e della carne.

Il pensiero di lei era diventato una vera ossessione.

La desiderava, lui, alla stregua di tutte le “altre”, molto più delle altre…

Perché lei non solo era irraggiungibile, ma giocava anche a farsi rincorrere…

Si incontravano a mezzanotte, un contatto sfuggente, in cui lui aveva appena il tempo di scorgere il suo splendore nascente, la sua bellezza, la sua eleganza, la sua sensualità…

Quella creatura lo faceva morire di desiderio e di stizza anche: com’era possibile che proprio lui, così affascinante, interessante, amatore rinomato e conteso da tante, da tutte anzi, fosse così bellamente ignorato e regolarmente lasciato a bocca asciutta?

Lui che aveva ai suoi piedi giornate infinite, di tutti i tipi e le fattezze, che, settimana dopo settimana, lo attendevano con ansia e trepidazione per godere dei suoi fantastici intrattenimenti?

Domenica doveva essere sua: prima o poi questo sarebbe accaduto!

Nel frattempo ingannava le ore, i giorni e le notti che si susseguivano laconici e ripetitivi con qualche distrazione, e questa attesa, se da un lato lo annoiava, dall’altro nutriva il suo ego in un crescendo di eccitazione e fantasia.

Il Sig. Lunedì e Sabato non si conoscevano di persona, ma ovviamente non si piacevano neanche un po’: troppo diversi, troppo lontani, troppo pieni di sé. Sicuri, entrambi, di poter conquistare Domenica con la loro dote unica e speciale: la poesia l’uno, la passione l’altro. E accomunati entrambi dal medesimo triste destino.

Fino a quando accadde qualcosa.

Qualcosa che cambiò per sempre la loro vita.

Successe in un anno bisestile: il calendario nazionale veniva stampato in due tirature.

Un errore fatale, uno scherzo beffardo della sorte, volle che sulla prima tiratura il giorno 29 Febbraio cadesse di Sabato, sulla seconda di Lunedì.

Domenica si trovò così incastrata fra i suoi due spasimanti, senza alcuna possibilità di scampo…

Furono 24 ore di follia, estasi, dolcezza e passione. Domenica non aveva mai provato l’ebrezza di sì tanta devozione amorosa… Lei, che aveva sempre dedicato la sua esistenza e il suo tempo a rendere possibile la felicità altrui, si trovò di colpo ad essere protagonista di una storia d’amore che conteneva tutto quello che l’Amore reclama per Essere Grande.

Capì cosa significa essere la musa ispiratrice di un poeta innamorato, che ti dona parole come stelle, carezze preziose come diamanti, delicatezza come neve fresca caduta dal cielo, e sguardi profondi che sanno di rugiada e profumano di lillà.

Provò l’ebrezza di una passione travolgente, che avvampa come il fuoco, travolge come un fiume in piena, e accende i sensi facendo esplodere il piacere in un caleidoscopio di colori…

Si commosse di fronte all’intensità del sentimento, che si mostra senza alcun velo, e trasforma la fusione dei corpi in un rito al limite della sacralità: toccarsi l’anima è cosa per pochi…

E scoprì fino a che punto può spingersi l’ardore della carne, laddove il cuore e la mente si svestono di ogni pudore, suonando all’unisono la musica del piacere…

Domenica non sapeva che l’Amore potesse racchiudere in sé emozioni così diverse e, nello stesso tempo, e allo stesso modo, colmare quel vuoto che era dentro di lei. E che sta in ognuno di noi 

Domenica capì che l’Amore non ha confini, non ubbidisce a nessuna legge e non giudica nessuno.

Domenica si sentì Viva e Vibrante e capì che niente sarebbe stato più come prima.

Non provava rimorsi, e non provava rimpianti.

Aveva finalmente vissuto, e tanto le bastava.

Come tutte le cose che finiscono, anche quel giorno finì.

In una frazione di secondo, tutto tornò come prima.

O quasi.

Il Sig. Lunedì non si dava pace per l’amore abbracciato e poi perduto, e si nutriva di nostalgia, aspettando per una settimana intera l’incontro fuggevole con Domenica: allungava la mano e per un istante riviveva tutta quell’emozione, la custodiva nel cuore e si consolava pensando che era comunque meglio poter ricordare piuttosto che immaginare.

Sabato continuava la sua vita da “casanova” e passava il tempo consolandosi e gratificandosi per la sua vivacità amorosa ancora riconosciuta e apprezzata da tante… In cuor suo sapeva però che ciò che aveva vissuto era stato di un’altra portata, ma accettava il suo destino ritenendosi fortunato per aver potuto provare tale gioia, e, quando incontrava Domenica, non mancava di farle capire che Lei, per lui, sarebbe stata sempre unica e speciale.

Quanto a Domenica, Lei sapeva che non poteva appartenere a nessuno, semplicemente perché lei era “di tutti”.

Aveva capito che l’Amore è un sentimento complesso, che non si può esaurire in una semplice definizione.

Che è un sentimento misterioso e in continuo divenire.

Che ognuno lo vede e lo vive a modo suo, ed è giusto che sia così.

E che per tutti, indipendentemente da come lo si viva, è la cosa più travolgente e fantastica che ci sia, e che tutti ne sono alla ricerca e ne hanno un infinito bisogno.

Dei suoi profondi desideri e dei suoi sentimenti più nascosti, non è dato sapere in questa storia…

Si narra però una leggenda sul suo conto: si dice che, durante ogni anno bisestile, ci sia un giorno in cui Domenica sparisce per 24 ore, per consumare senza pudore e con gioia del cuore l’amore sacro e l’amor profano.

Mente, Anima, Pancia

TERRA E CIELO

Siamo tutti qui, fra la Terra e il Cielo.

Ognuno a suo modo, ognuno con la sua misteriosa collocazione ancestrale, ognuno con la sua storia personale.

Come decidiamo di starci dipende da noi, Sempre.

La mia corsa

E così anche stamattina corro.

Mi fa compagnia Lily, la mia cagnolina runner, ormai conosce ogni tipo di allenamento: lento, veloce, ripetute corte, ripetute sui 1000.

Quando le do il via parte in rincorsa, sincronizziamo il nostro passo e al momento giusto rallentiamo insieme, lei aspetta il suo biscotto premio.

“La storia si ripete ormai da un po’: non avrei mai immaginato che la Corsa potesse diventare mia Amica, complice e intima, ma così è successo”.

La mente

All’inizio domina la mente: è incredibile come il cervello si metta in moto con la stessa velocità delle gambe.

Inizio a pensare e i pensieri si rincorrono e fanno la staffetta l’uno con l’altro: penso a come risolvere quel problema sul CRM che mi affligge da settimane, ad un nuovo approccio comunicativo da adottare nelle nostre telefonate, o all’esercizio motivazionale che potrei proporre alla ragazze per trasformare il Lunedì in una giornata fantastica (con loro grande disappunto nei confronti della mia energia mattutina…)

Oppure penso a cosa vorrei scrivere, perché mentre corro tutto fluisce morbidamente, le idee sgorgano in superficie come da una sorgente misteriosa che neanche io sapevo di contenere, e sembrano esplodere come zampilli inarrestabili…

Penso così tanto che ad un certo punto mi devo dire: “Oh Bruna, la smetti di pensare? Corri e stai un po’ zitta su!”

Nel frattempo Lily non si accorge di nulla, monitora solo l’andamento del passo in attesa del time biscotto… (talvolta vorrei essere cane).

L’Anima

Così, dopo aver messo a tacere il neurone creativo ed intraprendente, inizia la fase “Mindfulness”, e, devo ammetterlo, inizia il Bello.

Eh sì, la fase “Mindfulness” è quella in cui davvero l’Anima prende in mano la situazione: “Oh, da questo momento comando io, adesso si fa Qui e Ora, come da manuale”.

Così comincio ad accorgermi di Tutto, tutto quello che è fuori e dentro di me…

Ascolto il mio respiro e il passo, il rumore regolare e secco delle scarpe sull’asfalto, e il ticchettio leggero delle zampe di Lily “tic tic, tic tic”, questo contrasto è affascinante; se sono sull’erba sento il fruscio sotto i piedi “frr frr, frr frr”, sulle foglie secche lo scricchiolio scoppiettante “cric cric, crac crac”…ma quanti rumori può fare questo mio impatto sulla terra?

È presto, sono le 6.00 del mattino, la città non si è ancora svegliata: sento gli uccelli cinguettare, il fruscio del vento tra gli alberi, l’abbaiare di un cane lontano… (non è la cagnolina runner, è troppo concentrata nella corsa e nell’attesa del time biscotto).

L’aria è frizzante, odora di erba, odora di letame nei campi che diventa profumo, vivo.

I raggi del sole filtrano attraverso una nuvola bassa, le montagne richiamano il mio sguardo: caspita, come sono imponenti e… vicine… che fortuna potersi riempire lo sguardo così, di prima mattina.

Ma è davvero una lepre là in mezzo alla strada? Le orecchie dritte dritte all’insù: oh, è proprio una lepre! Scappa come una saetta un attimo prima che la raggiunga, altro che runner…

Incontro la solita signora con cane a passeggio, come ogni mattina mi saluta e mi sorride, io ricambio con piacere: ci si sorride tutti la mattina alle 6.00, e non smetterò mai di chiedermi perché spesso non siamo capaci di riservare la stessa delicatezza a chi si risveglia accanto a noi…

È a questo punto che mi accorgo che Io sono qui: fra la Terra e il Cielo, un anello perfetto di congiunzione tra i due Elementi Principi della nostra esistenza.

Io sono qui, la Protagonista di un quadro perfetto, dove ogni elemento, animato e non, è contorno di un Centro e contemporaneamente ne diventa parte integrante.

In quel preciso istante, perché di istante si tratta, colgo un quadrifoglio, e lo scolpisco nella mia memoria.

Grazie.

Non c’è altra parola per esprimere quello che provo.

La pancia

La corsa volge al termine, Lily è stanca e la riserva di biscotti è terminata.

Anche io sono stanca e la mia pancia brontola: ho fame?

Eh sì, ho proprio fame… e sete! Quanto ho sudato ragazzi!

Così penso al fantastico bicchiere di acqua che mi berrò appena entrata in casa, alla doccia fresca e rigenerante che mi aspetta e alla lauta colazione (meritata) che mi concederò.

Dopo aver saziato mente e anima, anche il corpo reclama la soddisfazione, pur sempre appagante, di bisogni primordiali.

Siamo fatti così: Mente, Anima e Corpo

Il punto è che ci siamo dimenticati di usare contemporaneamente queste tre cose.

Se lo facessimo, diventeremmo Potenti e molto più Buoni.

In un sol colpo.

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