Nascosta

Mi chiedesti di Esistere
Ed io feci a pugni con la Notte
Per non scordarmi di Te
Presi Fili d’argento
Da Passi sconosciuti
E intrecciai Misteri
Come un Liutaio dimenticato
Inventai
La melodia del Silenzio
E sotto le Coperte
Di una veglia Prigioniera

Abbracciai un Istante
Travestito di Presente
Nella Tua prepotente Assenza
Ritrovo la Pienezza
Del mio incessante Respiro

14 Luglio 2021

La mamma ha preparato gli ossibuchi per me.

Sa che mi piacciono.

Li ha fatti senza il prezzemolo, perché non aveva voglia di andare a prenderlo in giardino. 

Ma sono ugualmente buoni, con la scorza di limone e la puccetta, così ci posso intingere il pane.

Li ha confezionati come al suo solito, nella schiscetta ricavata con la scatola vuota del gelato e avvolti in un kg di pellicola “perché se no esce tutta la puccia mentre viaggi”.

Si, perché gli ossibuchi me li porto a casa, come facevo ai tempi dell’università, quando la domenica sera tornavo a Milano con le borse cariche di pentole e padelle piene di manicaretti per la settimana.

Vettovaglie indispensabili, per sopravvivere lontane dal suo amorevole controllo.

Ora ho 54 anni e torno a casa mia, ma la storia non è cambiata molto.

Invece ad Anto prepara l’arrosto.

O le verdure.

O l’orata.

Quella solo se viene Marta, che non mangia niente ma il pesce le piace.

Se siamo a Natale può essere pure che ci scappi “la bestia”, che sarebbe tendenzialmente una faraona arrosto (povera bestia), cucinata senza nulla, praticamente, perché “la bestia lascia giù il suo grasso e quello fa già da condimento”.

Il pezzetto di arrosto, invece, più consueto nella frequenza del menù, è un piccolo pezzo saporito, che come viene a lei non viene a nessuno.

E il pezzo è “l’aletta”, perché “Tu devi chiedere l’aletta, che ha quella riga in mezzo di grasso ma poi è tenerissimo”.

E lei non gli fa nulla di speciale all’arrosto, davvero: proprio nulla. Lo mette in padella con l’olio, rosola un po’ di qui, un po’ di là e lui viene tenero, saporito, e unico.

Tu non potrai mai ripeterlo, perché è il suo arrosto, e come quello non ce ne sarà mai nessuno al mondo.

Neanche l’aletta, che non hai ancora capito che parte sia – e forse non lo sa neppure lei – e se anche il macellaio lo capisce e te la dà, non sarà mai come la “sua aletta”, rosolata in quella padella di acciaio di un’età indefinibile collocabile fra il ’70 e l’’85, che all’antiaderente o al multistrato in pietra gli fa un baffo da qui all’eternità…

E la padella poi…, chiusa da un coperchio in alluminio deformato e bitorzoluto, se ti va bene senza manico o, se ti va male, portatore sano di un manico mezzo consumato, annerito e carbonizzato che lascia scoperto il metallo, viene avvolta da un canovaccio rigorosamente pieno di buchi e con qualche segno di bruciatura, stretto attorno e fermato con un nodo fitto, a prova di slegatura.

“Lascia che si raffreddi prima di tagliarlo, se no si disfa. E non far consumare tutta la puccia, comunque ne ho tenuta da parte un po’, ché è il suo buono e senza quella non sa di nulla…!”

La mamma ci nutre così, perché quello è il suo modo di amare.

Quello e molti altri, che sanno tutti di mani tese verso le tue necessità.

La mamma ti chiama cento volte al giorno, prima me, poi l’Anto, poi la Chicca, poi la Marta, no, la Marta no, perché è incasinata con la bambina, allora a lei manda il messaggio, così lo vede e quando può risponde e appena risponde parte il gazzettino padano, per informare tutto il resto della famiglia sullo stato di salute della bambina – ma questo lo fa con tutte, per lo stato di salute di tutte – e chiama anche l’Aurorina, ma a lei fa delle telefonate più spiritose, per sapere dove è-cosa fa-se mangia e se sta bene – povera bambina “Perché lei è piccola, devi sapere che lei è di Dicembre ed è più piccola degli altri – povera bambina – sempre da sola…” e poi ricomincia, chiama me, poi l’Anto, poi la Chicca, perché ha un problema con la posta elettronica o “l’Internèt”, che non va e si è aperta una scritta che non va né avanti né indietro e lei non sa che cosa fare e insomma “Puoi darmi retta solo un secondo della tua vita per capire come fare andare via quella scritta e quella rotella che gira, gira gira e io non so cosa fare e devo spedire la mail…”.

La mamma ha un tempismo perfetto, per sbagliare il momento.

E farti sentire mortificata perché in quel momento non puoi darle l’attenzione che lei richiede, o forse semplicemente non hai voglia di darle, in quel momento, l’attenzione che lei richiede…

E quando metti giù la cornetta ti dispiace immensamente di non esser riuscita ad esserci proprio in quel momento, in cui lei era lì, presente e viva come lei era e ti chiedeva di esserlo altrettanto, con tutto quel nervoso che ti fa salire in testa e che dopo un attimo svanisce e tu vorresti riacchiapparlo per farlo diverso, ma ormai se ne è andato. L’attimo.

La mamma ha un tempismo perfetto, per non essere quello che tu vorresti che fosse e mai sarà.

La mamma è viva e oggi la penso come se fosse morta, così da ricordarmi che c’è mentre la lascio andare, nel tempo tiranno e spietato che la avvicina al ricordo che ancora non ho di lei.

La mamma è un pezzo così grande del mio puzzle che fatico a vederla, perché mi sovrasta con la  sua presenza e mi fa perdere la visuale dell’insieme di cui lei è parte e cornice.

Chiudo gli occhi e la fermo nell’istante che insiste nella mia vita, le dico che mi manca ancor prima che se ne sia andata.

Glielo dico perché desidero che sappia che il dolore della sua assenza lo voglio annegare subito dentro lacrime intrise della sua presenza.

Le dico che ogni giorno la trovo esattamente lì dove la perdo, in quella parola non detta, in quel gesto non fatto, in quella carezza non data.

Così oggi sotto la luna accolgo il mistero della sua vita, che si lega alla mia in un nodo pesante e silenzioso, sciolto fra mille sentimenti contraddittori, incastonati come gemme preziose nel “fuori tempo” della nostra amorosa distanza.

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