Sonno

Daria Petrilli

Ho argento negli Occhi
E le scarpe Bagnate
La Notte mi stringe
In un angolo Freddo
Il bicchiere è Vuoto
Le coperte Disfatte
La Luce la porto
Sotto le Palpebre
Sul Comodino
Ho appoggiato le Parole
E dentro il Silenzio
Ho Vestitio l’anima
Di Tenerezza

Vestita di Notte

Non ti ricordi?
Eravamo in tante vestite di Nero
Ma il mio era un Nero
Che sapeva di Notte
E gocce di Cioccolato
I miei Baci
Profunavano di Albicocche
Mature e dolci
In un anno di Carica
Mi hai colta sotto un Cielo Azzurro
Sfiorato appena dalle Nuvole
Mi hai persa fra Ricordi
Appassiti al sole di Agosto
Ora quei baci Volano
In cerca di un Attimo
Restano appesi a un Filo
In attesa dell’Alba
Si muovono con passi Leggeri
In equilibrio su un Domani
Che ha ancora da Venire

,

D’Inverno

Christian Schloe

Ho detto Amore
E l’ho detto Piano
Piano che Andava
In una Strada di segreti
Talmente Stretta
Da non poterli Udire
Né Mantenere
Chè quell’Amore fresco
Aveva solo bisogno di Canzoni
Di piccole Gocce di rugiada
Da posare sull’Inverno
Quando la Primavere era passata
Quell”Amore così innocente
Aveva solo bisogno di una Poesia leggera
Per non Diventare
Inverno

Destini Distratti

Vorrei che tu mi Notassi
In un Giorno di inverno
Io sarei Seduta a un tavolino
Al centro del Gelo
Con un caffè tra le Mani
E la testa inclinata da un Lato
La foglia si muoverebbe Appena
Sotto una coltre di fili d’Argento
E il mio sguardo sarebbe Perso
In quei Portoni semichiusi
Chè spalancano Possibilità
Tu passeresti Distratto
Dal Suono di un clacson
E ti abbasseresti solo un Istante
Per raccogliere un piccolo Suono
Che brilla di Silenzio
Allora io saprei di essere stata Trovata
Senza essermi fatta Cercare
Non ci incontreremmo Mai
E saremmo insieme per Sempre
Nell’istante Preciso
Che Non c’è

Giulia e le Meduse stellate

Si avvicinava la notte del 10 agosto e Giulia era sempre più impaziente.
Tutti i bambini, e anche gli adulti, attendevano con ansia quella data magica, in cui le stelle cadevano e creavano scie luminosi nel cielo, che duravano un istante, giusto il tempo di accendere lo sguardo per poter poi esprimere un desiderio nascosto nel cuore.
Ma Giulia non aspettava le stelle.
Lei aspettava le meduse stellate.
Era accaduto l’anno precedente.
Si erano seduti tutti nel grande cortile, lei, mamma papà e tutti i vicini di casa.
Era una tradizione, portavano le sedie nel grande cortile, dopo cena, e si sedevano con la testa all’insù, attendendo il breve istante in cui lo sguardo rapiva quei fulminei puntini luminosi che si disperdevano in una frazione di secondo nell’oscurità della notte.
“Eccola ne ho vista una!”
“Un’altra, l’ho vista l’ho vista!”, urlavano a tratti grandi e piccini.

Ma lei niente.
Neanche una.
E così il suo desiderio rimaneva sepolto nel cuore.
Era andata a letto triste e sconsolata… Neanche quell’anno era riuscita cogliere il suo attimo…
Quella notte però era Accaduta una cosa stranissima.
Si era risvegliata nel cuore del sonno, alle 4 in punto, come richiamata da una energia Misteriosa, magica e irresistibile…
Si era diretta verso la finestra della stanza e aveva spalancato le persiane.
Lo spettacolo che si era presentato alla vista era incredibile e magnetico: un fiume gigante di meduse stellate che vagavano e pulsavano nel cielo nero, reso luminoso da quel movimento ritmico, ipnotico e surreale…

Giulia si era stropicciata gli occhi incredula, pensando che si trattasse di un’allucinazione, una sorta di prolungamento di un sogno le cui immagini erano rimaste impresse nella retina provocando una strana illusione ottica, ma, riaprendoli, trovò nuovamente quel mare luminoso in movimento che aveva inspiegabilmente popolato il cielo.

Si mise allora a contemplarlo provando una strana sensazione: era come se anche lei facesse parte di quel flusso, misterioso ed evanescente che pareva sussurrarle ritmicamente la stessa melodia: “Sei tu, sei tu, sei tu…”

Non sapeva per quanto tempo fosse rimasta sveglia ad osservare il cielo incantata, si svegliò all’alba  accasciata per terra, davanti alla finestra, alle prime luci dell’alba.

Appena aperti gli occhi rimase stupita di trovarsi così, sul pavimento, ma si sentiva stranamente felice: piano piano cominciò a ricordare tutto, non sapendo se credere o meno quanto la sua memoria le stava facendo tornare alla mente.

Scese al piano di sotto a fare colazione, mamma e papà erano già alzati e la accolsero con un sorriso ed un bacio: “Piccola, sei delusa? Mi dispiace che tu non sia riuscita a vedere neanche una stella ieri sera, ma non disperare, in questi giorni il cielo è attraversato dalle scie luminose delle comete, e può essere che una di queste notti tu ne veda proprio una, quando meno te lo aspetti. Tieni ben a mente il tuo desiderio, così non appena accadrà sarai pronta per esprimerlo all’istante!”

Già, pensò Giulia, ma quale era il suo desiderio?

Non lo sapeva, in realtà, forse era per quello che non vedeva neanche una stella cadente?

Eppure… quelle meduse, era convinta, le avevano comunicato qualcosa di importante.

Poi si era vestita per uscire a giocare con i suoi amici, e non ci aveva pensato più.

Quell’anno accadde una cosa terribile.

In Dicembre, poche settimane prima del Natale, il papà di Giulia era mancato.

Era accaduto tutto improvvisamente, da un giorno con l’altro.

Aveva avuto un infarto, nel cuore della notte, e nessuno era riuscito a capire come fosse stato possibile che un uomo giovane, dal cuore forte, in piena salute e forza se ne fosse andato in maniera inaspettata, rapito dalla Signora Morte che aveva deciso di dedicare proprio a lui le sue insindacabili attenzioni.

Ma era andata così, e non c’era modo di cambiare il destino.

Giulia lo aveva scoperto da sola, sentendo un gran trambusto di prima mattina: si era alzata per via delle voci e si era affacciata alla finestra, scoprendo che c’era un gran via vai di persone sull’uscio di casa.

Fra le varie persone che entravano e uscivano dalla porta di cosa, aveva scorto Maurizio, il dirimpettaio, un uomo piccolo e paffuto che era considerato da tutto il vicinato “il gazzettino padano” e che si agitava a gran voce sul pianerottolo esclamando “È morto il maresciallo, è morto il maresciallo!”

Il papà di Giulia era un maresciallo dei carabinieri, stimato e apprezzato da tutto il paese, e lei era venuta a scoprire in un modo tanto assurdo quello che era capitato.

Era rimasta attonita, non sapeva cosa pensare, come sentirsi.

Non capiva la grande Verità che le era piovuta improvvisamente sulle spalle.

Era scesa in cucina ancora in pigiama e aveva trovato il nonno seduto sul divano atterrito, scuoteva la testa e diceva “E ora come faremo, come farà quella povera donna?” , riferendosi a sua figlia, la mamma di Giulia, che era corsa in ospedale dove il papà di Giulia era stato portato per tentare una rianimazione che era stata, purtroppo, inutile.

La bambina si era seduta accanto a lui e aveva iniziato ad accarezzargli la testa… “Nonno, nonno…” ripeteva.

Ma dai suoi occhi non usciva una lacrima, il suo cuore era una pietra, grigia e pesante.

Il resto della giornata si era svolto in modo convulso, con persone che andavano e venivano, parenti, amici, vicini di casa…una grande confusione e niente di certo, se non che Salvatore non c’era più.

Quello era il nome del papà di Giulia, e lei lo aveva sempre trovato molto affascinante: così lo vedeva lei, una persona unica, speciale, magica, in grado di salvarla da qualunque pericolo, da qualunque insidiosa avversità.

Così, quella notte era stata lei a desiderare di poterlo salvare dalla sorte più oscura che gli era capitata: si era coricata nel lettone dei genitori, al termine di una giornata estenuante in cui il flusso delle cose si era repentinamente interrotto e aveva invertito la sua consueta direzione.

La mamma era ancora in piedi, confusa ed elettrica, quasi a non voler terminare un giorno che sembrava non avrebbe mai dovuto esistere, e che invece avrebbe cambiato per sempre il calendario di molte vite…

Aveva cominciato a fantasticare e a pensare alle stelle: aveva immaginato che ogni anima, una volta staccata dal corpo, fluttuasse nell’aria e cominciasse poi a salire sempre più in alto, fino a raggiungere la volta celeste, fino a depositarsi in una stella a lei destinata e dove avrebbe poi continuato ad esistere e a pulsare, spargendo la sua energia luminosa sulla terra e vegliando sulle persone care che aveva dovuto lasciare.

E così aveva desiderato una cosa un po’ assurda: uno scambio di anime.

Se si fosse addormentata con quel desiderio forte e vivo nel cuore, forse avrebbe potuto prendere il posto di suo padre: lei sarebbe diventata quella stella, e lui si sarebbe svegliato come sempre nel suo letto, accanto alla mamma.

Pensava a questa cosa e ne aveva paura.

Era una solo una bambina, in fondo, anche se non era più così piccola, ma sapeva bene che questa era una mera fantasia, assolutamente irrealizzabile…

Eppure la invocava, la alimentava, pensando che un forte desiderio potesse trasformarsi un una possibilità, e che se avesse davvero creduto in quella immaginazione il destino si sarebbe potuto capovolgere.

Le piaceva vivere, anche se ancora non ne capiva il significato, ma, forse, si sentiva disposta a rinunciarvi, se questo fosse servito a fare tornare suo padre.

Si dibatteva fra questi pensieri, fra le contraddizioni e i mille perché della vita, della morte, del desiderio e della realtà…

Cose troppo grandi per una ragazzina di 13 anni.

Cose sempre troppo grandi per tutti, a qualunque età.

Si addormentò come un sasso e la mattina dopo si svegliò nel lettone, con accanto la mamma che singhiozzava sommessamente per non svegliarla e per non buttarle addosso il suo tremendo, inconsolabile nuovo dolore.

Le cose, come sempre accade anche dopo l’evento più catastrofico, ripresero il loro corso e il tempo piano piano cominciò a stemperare, giorno dopo giorno, quel dispiacere e quel senso di mancanza che inizialmente sembravano insopportabili da vivere, anche se nulla fu più lo stesso.

L’anno scolastico passò più o meno velocemente, Giulia era circondata da buoni amici che la tenevano allegra e non le facevano mancare la loro compagnia, c’erano gli esami di terza media e la stagione calda si avvicinava sempre più, le giornate si allungavano e il desiderio di spensieratezza prendeva il sopravvento sulla tristezza sempre presente di sottofondo, come è giusto che sia a quell’età.

Tuttavia Giulia conservava il suo piccolo segreto: dalla notte della scomparsa del papà aveva ricominciato a pensare alle stelle, alle Anime e alle meduse stellate.

Era convinta che non si fosse trattato solo di un sogno, ma di un dono speciale che il cielo aveva voluto fare proprio a lei.

Non ne conosceva ancora il significato, ma sapeva che prima o poi lo avrebbe capito, e che suo padre, dall’alto, l’avrebbe aiutata a svelare l’arcano nascosto in quel segno.

Giulia era una ragazzina solare, entusiasta, dall’intelligenza vivace e attenta.

Pensava che da grande avrebbe voluto fare qualcosa di importante, unico e speciale, che l’avrebbe fatta sentire “piena”: non sapeva esattamente cosa, ma quella era la parola che le veniva in mente ogni volta che pensava al suo futuro.

Nello stesso tempo, in lei viveva una sorta di malinconia latente, un sentore di incompiuto e di ricerca che non riusciva minimante ad interpretare ma che la portava a ricercare momenti di solitudine e intimità con se stessa per assaporare quelle sensazioni.

Era sempre stato così, fin da bambina, quando costruiva fantasiose ed improbabili capanne  in cui si rifugiava per stare in silenzio ad ascoltare ciò che stava fuori e dentro di lei, per metterli in connessione profonda.

Potevano essere due sedie poste una di fronte all’altra, dove le coperte creavano un tetto e delle pareti immaginarie: si portava qualche cosa da mangiare, a mo’ di viveri per la sopravvivenza, un libro e il suo registratore con il quale riproduceva la musica che le piaceva.

Oppure se ne andava in giardino con un paio di ombrelli, quando pioveva, li copriva bene con un cellophane e se ne stava per ore ad ascoltare il rumore della pioggia.

O, ancora, creava un piccolo riparo sul balcone durante il temporale, e registrava il rimbombo dei tuoni, per ascoltare quei boati misteriosi e suggestivi quando più tardi si ritrovava nel letto, prima di addormentarsi.

Quando era più grande invece, le piaceva uscire da sola dopo che aveva piovuto, camminava per strada e si immergeva in quell’odore inebriante di terra bagnata che pareva raccontarle segreti del suo passato; si spingeva fino a lungo lago e si rifugiava nel piccoli tunnel di pietra che erano percorsi di gioco per i bambini, e se ne stava lì immobile, a contemplare il lago in tempesta, le onde che sbattevano sulla ringhiera e creavano decorazioni spumose che svanivano in un attimo.

Le piaceva l’istante.

Le piaceva quella sensazione indefinita e sfuggente che coccolava la sua anima, come a dirle “se senti, sei viva”.

Non raccontava a nessuno di questi suoi momenti, perché non sapeva davvero come spiegarseli né tantomeno spiegarli a qualcuno, ma sapeva che ne aveva profondamente bisogno, per sentirsi in pace.

Giulia aveva anche tante insicurezze.

Nonostante fosse di natura gioiosa e ottimista, aveva paura.

Paura di non riuscire, di non potere, di non saper essere.

Cosa, non lo capiva neppure lei.

E il tempo trascorreva, in quel momento difficile e misterioso tipico di quell’età, in cui tutto non è più, e non è ancora.

Gli esami erano finiti, l’estate era nel suo pieno corso e la scuola non sarebbe ricominciata prima di un mese.

Era arrivato finalmente quel tanto atteso 10 di Agosto.

Era una giornata limpida e piuttosto calda.

Giulia scese in cortile dove si trovava ogni giorno con i suoi amici, i ragazzi e le ragazze della grande corte in cui abitava: erano fortunati a vivere in periferia, lontano dai pericoli e dalla confusione della città. Prendevano le loro biciclette e razzolavano per tutto il giorno in giro, costeggiando il torrente fino al lago e fermandosi nei prati a giocare, chiacchierare , mangiare un gelato o semplicemente sdraiarsi sull’erba col naso all’insù per riconoscere le forme delle nuvole nel cielo.

Quel giorno, come ogni anno, si parlava di stelle cadenti.

“Che si fa stasera, si scende in cortile con le sedie a guardare le stelle?” chiese Silvio, il più agitato della banda.

“E’ ovvio, è la notte di San Lorenzo, saremo tutti fuori come sempre”, rispose Anita, la romantica della compagnia.

“Hey ragazzi! Perché non ci raccontiamo i desideri che esprimeremo stasera?” chiese Arturo, il più curioso di tutti.

“Non è possibile! Se riveli i desideri ad alta voce non si avvereranno mai!”, disse Marcella, la razionale del gruppo.

“Mi è venuta un’idea” riprese Giorgio, soprannominato da tutti ‘lo scienziato’, “facciamo così: scriviamoli ciascuno su un pezzo di carta in forma anonima, poi mescoliamo tutti i bigliettini e li peschiamo a caso, in questo modo nessuno saprà l’autore e possiamo appagare la nostra curiosità!”

Anna, la più puntigliosa degli amici, era un po’ scettica, ma alla fine la voglia di scoprire i desideri nascosti di ciascuno fu troppo forte, e così decisero di procedere.
Giulia si era già persa fra i suoi pensieri, non sapeva minimamente che cosa scrivere…

“Giulia, hey Giulia ci sei?”, fecero tutti in coro.

“Forse se lo fai è la volta buona che vedi una stella cadente!”, la provocò Arturo. 

E giù tutti a ridere.

E così fecero. Presa carta e penna, andarono a turno dietro la quercia secolare a scrivere quel sogno, nascosto tra le pieghe della fantasia.

Finita la processione, presero un barattolo di latta che fino a poco prima era stato pieno di caramelle ormai tutte sparite e vi posero i biglietti, cominciando ad agitarlo velocemente.

Ad uno ad uno pescarono dalla scatola e cominciarono a leggere.

“Diventare una famosa rock-star” 

“Wow!” si levò in coro da più parti!

“Però, mica male come desiderio…” sentenziò Giorgio.

Fu la volta del successivo: “Diventare ricco/a sfondato/a e fare una vita da nababbo/a”.

Tutti scoppiarono a ridere…

“Certo, certo, che bel desiderio, chi non lo vorrebbe? Chiunque l’abbia scritto ha sprecato una stella, molto improbabile che accada…”

E ancora: “Vivere l’amore più grande del mondo”

“Hmm, questo desiderio puzza molto di femmina” disse Arturo, e gli sguardi si posarono sulle tre ragazze che sorridevano sornione non lasciando trapelare alcunché.

“Caro Arturo”, disse Anita, non fare troppo lo spiritoso, lo sappiamo tutti che sei innamorato cotto di quella gattamorta della 3^ B,  e magari il desiderio lo hai espresso proprio tu!” 

Continuarono.

“Viaggiare, fare il giro del mondo in lungo e in largo”

“Figo!” esclamò Marcella “Credo che questa aspirazione ci accomuni tutti, basta andarsene da questo posto dove non c’è nulla di nulla…partire, scappare, vivere posti e luoghi sconosciuti, ma ci pensate quanti posti nel mondo esistono? Non basterebbero davvero 100 vite per visitarli tutti…

Questa affermazione così entusiasta lasciò tutti sospesi in un attimo sognante… forse l’aveva scritto davvero Marcella quel desiderio, ma in fondo tutti quanti ci si ritrovavano parecchio.

E ancora.

“Passare un’intera giornata alla Nasa”

“Oddio, che sogno è mai questo?” si guardarono tutti l’un l’altro, ma sapevano benissimo che quel biglietto poteva averlo scritto solo Giorgio, che aveva una fissazione assoluta per i segreti militari…Per rispetto non commentarono, del resto smascherare così impunemente il detentore di quel desiderio non sarebbe stato carino, pena la sua non realizzazione.

“Diventare invisibile per un giorno”

Tutti scoppiarono a ridere: “Ragazzi qui stiamo sconfinando nella fantascienza, sono solo stelle cadenti mica Maga Magò!”, disse Anna.

E poi, l’ultimo bigliettino.

“Scoprire chi sono.”

Un momento di gelido silenzio calò sul gruppo.

Giulia si sentì gli occhi puntati addosso, e per un momento si vergognò come una ladra.

Come aveva potuto scrivere una simile sciocchezza, rivelarla, anche se in maniera implicita, in modo così diretto?

Nessuno fiatò.

Per qualche minuto tutti stettero immobili, sdraiati sull’erba, persi, ognuno nei suoi pensieri.

Quindi presero le loro biciclette, si era fatto tardi e si doveva tornare a casa per la cena.

Quella sera in cortile si ritrovò tutto il vicinato, come sempre, verso le dieci.

Per due ore si scherzò e si chiacchierò tutti insieme, qualche bottiglia di birra e di aranciata a rallegrare la serata e il naso rivolto all’insù.

Era una serata limpidissima e il cielo fu molto generoso, più o meno con tutti.

Meno che con Giulia, che, come al solito, se ne tornò a casa a bocca asciutta.

Era però ugualmente contenta, perché per la prima volta dopo mesi aveva rivisto sua madre sorridere e perdersi fra le luci del cielo stellato.

Chissà cosa aveva desiderato, non aveva osato chiederglielo, ma per un istante aveva pensato che quello lo voleva davvero con tutta se stessa: che sua madre potesse essere di nuovo felice.

Verso mezzanotte tutti tornarono alle loro case.

Giulia si affacciò alla finestra e stette per un’altra ora ad ammirare la volta celeste, nera e puntinate di stelle.

Nessuna scia, nessuna stella cadente e, men che meno, nessuna medusa stellata.

Pensò a suo padre: era davvero da qualche parte su una stella?

La stanchezza prese il sopravvento, si coricò a letto e di addormentò quasi subito.

E sognò.

Nel sogno cavalcava una stella cometa, luminosa e fosforescente,  se ne andava in giro per il cielo, di notte, come se nulla fosse, e all’improvviso incontrava suo padre.

Non lo vedeva fisicamente, non era un figura definita, ma una specie di puntino luminoso parlante che le si era posato sulla spalla e le sussurrava all’orecchio delle parole delicate e premurose.

“Carissima Bruna… La stella sei tu. L’unica che devi seguire, ovunque essa ti conduca. Sei molto giovane. Ed una stella giovane ha una forza ed una luce, che spesso le sembrano sconosciute e, a volte, ostili. Ma sono energia, coraggio, fuoco, speranza e… Giorno dopo giorno, anche ricordi, che formano il cuore della Stella. E se il cuore è puro, la Stella sarà bellissima. Anche quando sarà opaca e triste. Non smettere di ricordare, di sognare, di scrivere, di “desiderare” e, soprattutto, di desiderarti. La Stella sei tu…”

Giulia si svegliò nel cuore della notte, tutta sudata ed agitata.

Guardò l’orologio, erano le 4 in punto.

Come l’anno precedente.

Non sapeva cosa pensare, era emozionata e nello stesso tempo un po’ timorosa…

Quelle parole risuonavano nella sua testa, e un calore sconosciuto la avvolgeva, ma non da fuori, da dentro.

Era il calore che emanava dalla sua Anima.

E finalmente poteva sentirlo tutto, appieno.

Corse alla finestra, spalancò le persiane e i suoi occhi si illuminarono.

Le meduse stellate erano lì, nuotavano nel cielo: Pulsanti, Vive, Vere.

E quel movimento ritmico e riappacificatore sembrava cantare una sola melodia:

“Sei Tu, sei Tu, sei Tu…”

Il bambino dentro di noi ci chiama: ci implora di ascoltarlo.

E noi, abbiamo bisogno di lui.

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